Diario

Benvenuti tra le pagine del Diario, la sezione di Aloangaset.it dedicata ai post stile blog  ed ai suoi autori.

636  pagine di Diario pubblicate.

Di seguito le ultime venti pagine di Diario pubblicate dalla più recente.

Felicità che non ferisce

La ricerca della felicità

dovrebbe avvenire senza ferire le altre persone

specialmente se son persone fragili ed indifese

specialmente se sono persone buone

Tutto ciò in questo mondo sembra essere utopia

ma ci son mille modi per essere felici senza ferire le altre persone

ad esempio gustarsi un buon caffè

ad esempio guardarsi una partita di calcio alla televisione….

Ad esempio masturbarsi per un’attrice

ad esempio visitare una città che prima non s’era mai vista

e potrei continuare per ore

e potrei rendere interminabile questa lista

Se sei felice in cose che non feriscono nessuno

qualunque cosa ti dicono gli altri vai avanti lo stesso

perché essere felici in cose che non feriscono nessuno

è il segreto per vivere in pace con gli altri e con sé stesso

chi è adulto è adulterato

In parecchi passi del diario di Pier Paolo Pasolini, così come nei lavori di Carmelo Bene, passa una linea di affinità elettiva che apparentemente sembra collocarsi sotto l’equivoco segno di Peter Pan. “Adulto? Mai!” Non siamo di fronte a un desiderio infantile di regressione, quanto al rifiuto della seriosa serietà di chi confonde il gioco, che è sempre bambino, con lo scherzo, che è volgare per definizione. Il rifiuto di diventare adulti non consiste nel non volersi assumere delle responsabilità, come bercia la chiacchiera piccolo-borghese, ma è la rivendicazione del carattere anarchico della gioia di vivere, di quella laetitia spinoziana che si oppone come una mirabile macchina da guerra alle passioni tristi del quotidiano e del potere.

il negromante del Picatrix

Il concetto di “negromanzia” nel Picatrix non ha niente a che vedere con la magia nera, né con l’evocazione delle anime dei defunti, secondo quanto suggerirebbe l’etimologia del termine. Il negromante è colui che dispone delle tecniche necessarie per collegare cielo e terra, per provocare gli spiriti che dimorano nei pianeti e convocarne le energie sul nostro piano di esistenza. Detto altrimenti: la negromanzia non è altro che la fusione tra scientia astrologica e prassi magica. Neoplatonismo, stoicismo, scienza aristotelico-tolemaica e tradizione araba sono come fuse in un unico crogiuolo, in questo testo sorprendente su cui meditarono a fondo filosofi del calibro di Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, e Giordano Bruno.

l’Ulisse di Pico

Il compito della filosofia, secondo quanto scrive Pico nel “De ente et Uno” consiste nel forzare i limiti del pensiero fino a intravedere l’Insondabile, circumnavigando l’abisso che si spalanca di fronte all’inesorabile limite del linguaggio in cui noi mortali siamo insediati. Alle spalle di Pico si intravede l’ombra dell’Ulisse dantesco, io credo. Come se la montagna del Purgatorio non fosse altro che la punta di un iceberg teologico.

Eros platonico

Il desiderio è rivoluzionario perché adesca l’Invisibile, questo è il principio fondante della filosofia platonica dell’Eros.

Bugie dietro uno sguardo.

Credevo in te,
mi ero perduta nelle tue parole,
nel tuo modo di dire la verità,
immerse nelle tue bugie.
Il male fatto,
non rimarrà insoluto,
ti ritornerà indietro,
come un bumerang.

La prima volta – Mia versione del brano musicale dei NegroAmaro

Mamma, dolce signora, parlami di quando mi hai visto per la prima volta.
Avevo di sicuro, l’aria stanca, o forse ero attento a non perdermi ancora nei tuoi occhi.
Quando ti ho vista, il mondo mi girava attorno.
Forse, è scaduto il tempo di stare aggrappato alla tua vita,
forse sto’ per nascere.
Ma ricordo anche quando non mi hai voluto,
tu non lo sapevi ma, ero sempre lo stesso bambino.
Hai puntato il dito, e non per sbaglio,
mi hai ferito uccidendomi.
Non ricordi niente mamma..? di quello che eravamo noi due, e di quello che un giorno avremo potuto essere..?
Ricordo quella volta, che mi hai tolto pure l’aria, ma, non ricordo la tua faccia, non ricordo la mia casa. E tu li… ferma, non sapevi, cosa un giorno poteva essere la nostra vita insieme.
Mamma,
parlami di quando, mi hai amato per la prima volta.

il tremore primordiale

La filosofia nasce dal “thauma” scrive Aristotele sulla scia di Platone. Tradurre il termine “thauma” con “stupore” o “meraviglia” significa diluire colpevolmente il carattere tragico di tale affermazione: “Thauma” è il terrore / tremore dell’essere umano di fronte alle meraviglie del cosmo, alla sua apparente indifferenza rispetto al destino e alla sofferenza degli individui e dei popoli. “Thauma” significa essere attraversati da un brivido glaciale, nel momento in cui si scorge l’ombra del nulla che incombe sulla totalità dell’essere.

Dostoevskij e il Male

In Dostoevskij il problema del Male, legato soprattutto alla tematica della sofferenza “inutile” dei bambini, rimane un’aporia insolubile, una ferita nel cuore dell’Essere. Se Dio non è la causa della realtà del male, nella sua concreta effettività, Dio è comunque origine della possibilità del male: la libertà umana è il varco oltre il quale la possibilità del male si traduce in realtà.

Non c’ è più aria.

Camminando per le vie di Catanzaro, che sia notte o giorno, sembra ancora che tutto si sia fermato alle porte del Natale scorso.

Sembra una ripetizione, ma non e ‘ così, la situazione, per come la sento io, è ancora più grave.

La gente ha paura, tutti noi ci troviamo in un girone, come tanti burattini, si ha paura uno dell’ altro, come se fossimo infettati, tanto da non poter più respirare la stessa aria. Sono stanca, di essere stanca in questo modo di questa situazione.

Non c’ è più rispetto, sembra sia rispetto ma, è solo paura di morire.

la lingua dei demoni in Dante

La lingua dei demoni, nell’Inferno dantesco, mostra una metamorfosi che può essere descritta secondo due vettori: come essenza belluina che si affaccia all’universo del linguaggio umano; oppure, come essenza umana che si inabissa nell’oscurità della “mente” animalesca. La confusione babelica che affligge il linguaggio di Pluto (Inferno VII) e Nembroth (Inferno XXXI) è inscindibile dalla mostruosità delle loro anime, collocate in una nicchia ontologica dove il confine tra uomo e bestia sfuma nella più completa indeterminazione.

Pico e l’ineffabile

Nel suo progetto di pax philosophica il giovane Pico della Mirandola riconosce al platonismo un ruolo fondamentale nell’aver individuato l’indole congetturale di ogni speculazione metafisica. L’Uno, verità suprema e ineffabile, è irriducibile alle categorie dell’intelletto, e quindi insondabile rispetto al linguaggio umano. Ciò nonostante, la danza dei discorsi intorno al nucleo abissale di tutte le cose, non deve cessare. Di ciò di cui non si può parlare non si deve affatto tacere. Anche se l’Ineffabile non può essere manifestato in verbis, può e deve essere mostrato nella trama discorsiva delle nostre argomentazioni. Filosofare significa, per il Mirandolano, naufragare dolcemente nel mare della Verità.

autoinganni

Tutte le volte che diamo la colpa al mondo per una situazione di malessere, scadiamo nell’autoinganno narcisistico, perché la situazione contingente è il solo il catalizzatore. Fa emergere un disagio che covava dentro di noi chissà da quanto tempo.

Dante e Leopardi

Il filo conduttore che unisce Dante a Leopardi, a distanza di secoli e nella grande differenza dei contesti storico-culturali di riferimento, è il fatto che in entrambi la poesia è imbevuta di sostanza etica. Il soggetto poetico è un soggetto etico. Alla denuncia dello stato presente di cose, corrotto e servile, corrisponde l’appello alla costruzione di un futuro diverso, alternativo al declino morale dilagante. A “Dante profeta”, nell’accezione stabilita a suo tempo dal grande Bruno Nardi, corrisponde un “Leopardi utopista”, in una accezione ancora tutta da esplorare.

la potenza dei corpi eterei

Alla base dell’astrologia medievale e rinascimentale si colloca il concetto aristotelico di dynamis ripreso e riformulato dallo pseudo Tolomeo nel suo Tetrabiblos. Il termine indica la potenza presente nei corpi celesti, pianeti e stelle, che si irradia nel nostro mondo plasmandone le forme. Pietre, vegetali e bestie sono sotto il costante effetto della potenza combinata degli astri. Anche il corpo umano ne è influenzato, ed è per questo che il nesso tra astrologia e medicina rimane saldo nei secoli a venire. L’unica zona di extraterritorialità è l’anima, dotata di libero arbitrio. Ma il confine tra lo psichico e il somatico rimane molto labile, soggetto a continue rimodulazioni. In certi casi, l’astrologia non è altro che la proiezione cosmica della psicologia. Siamo alle soglie della concezione jungiana del simbolo.

silenzio e rumore in Dante

Silenzio e rumore sono i due limiti asintotici che la scrittura dantesca, nella Commedia, sfiora a più riprese. Da una parte il silenzio mistico verso il quale si protende il linguaggio umano, nel Paradiso. Dall’altra, il rumore della phoné priva di luce intelligibile, che risuona nel fosco borborigmo di Pluto (Papè Satan, papé Satan aleppe) e di Nembrot (Raphel maì ameche zabi almi!). Sotto un certo profilo potremmo affermare che il rumore infernale sta alla dannazione come il silenzio angelico alla salvezza eterna. Le categorie teologiche, in Dante, assumono quindi una valenza metaletteraria.

La magia e le 3 ragazze – Episodio 1

Il fuoco di Rimbaud

“Feu” è la parola chiave della lettera che il 15 maggio del 1871, Rimbaud scrive a Paul Demeny: “Donc le poète est vraiment voleur de feu. “Dunque il poeta è veramente un ladro del fuoco”. Il poeta è come Prometeo, ma nel caso di Arthur il dio a cui sottrae il fuoco è uno Zeus acefalo, umbratile, irrisorio. E se il fuoco serve a sfondare il cuore di tenebra del reale, la poesia è il polline della follia che si estende sulla grigia razionalità dell’Occidente. Quella sedicente razionalità di cui la Francia ottocentesca è icona e simbolo.

Leonardo

Leonardo pittore è il maestro dei sorrisi e degli sguardi obliqui, sguardi che si protendono dal visibile all'Invisibile.

il fuoco di Rimbaud

“Feu” è la parola chiave della lettera che il 15 maggio del 1871, Rimbaud scrive a Paul Demeny: “Donc le poète est vraiment voleur de feu. “Dunque il poeta è veramente un ladro del fuoco”. Il poeta è come Prometeo, ma nel caso di Arthur il dio a cui sottrae il fuoco è uno Zeus acefalo, umbratile, irrisorio. E se il fuoco serve a sfondare il cuore di tenebra del reale, la poesia è il polline della follia che si estende sulla grigia razionalità dell’Occidente. Quella sedicente razionalità di cui la Francia ottocentesca è icona e simbolo.

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